questa è la pubblicazione di una serie di racconti che rimandano al tempo passato. sono 12 +1. dodici come le ore (nell’ordine: la sveglia / l’uomo del plasmon / tra linee rette e curve / condor n. 5 / magellano / rai radiotelevisione italiana / bwv565 / italia ‘61/ 48714 / la 500 da corsa / la racchetta di rod laver / il giro di sol) più uno dedicato all’orologio del minareto della moschea di testour (tn) dove questa idea di ritornare indietro nel tempo è nata. in ogni racconto è riportata una pagina di immagini che rimandano al testo e quella dell’oggetto/scultura con l’inserimento di un orologio dal movimento antiorario.
quando si dice collezione si pensa subito a quella di francobolli. vabbè d’accordo qualche volta anche a quella di farfalle (che però io non ho mai avuto). ma questo raramente. e comunque meno presente. nella realtà. a dire il vero non so perché nel dopoguerra ogni ragazzino (non so se solo quelli del ceto medio) veniva indirizzato a questa pratica affascinante all’inizio. ma che poi andava via via perdendo il suo interesse. si lascia il mondo (parlo di quello degli anni ‘50) delle linguette1, delle bustine2, dei classificatori3 (il mio si chiamava magellano) e dell’odontometro4. i più attenti seguivano l’andamento dei prezzi sui cataloghi yvert&tellier5. che però era caro e pochi lo avevano. noi ce lo facevamo prestare. mah. il mondo dei francobolli era visto come un modo per poter diventare ricchi. in un domani. a noi non è successo. gesù, però questa idea costringeva a lasciare la raccolta di quelli che ti piacevano e basta (a me piacevano quelli colorati degli animali) per le serie complete di quelli insignificanti con la testa di qualche re o regina che il tempo avrebbe mutato in oro. il mondo già allora andava così.
vabbè. in quegli anni andare alla messa la domenica era un obbligo. io andavo alla consolata. c’erano molti quadri di pittori alla buona. dico degli ex-voto. all’uscita era diventato un rito laico (quasi) fermarsi davanti alla vetrina delle missioni. era di fronte all’ingresso principale del santuario. io lo facevo per ammirare le serie di francobolli di paesi lontani. la mia attenzione bambina era tutta rivolta a quelli inarrivabili (per via delle poche am-lira6 che avevo in tasca) coloratissimi pezzetti di carta dentellata dove gli occhi si impigliavano in immagini lontane. ricordo ancora quelli di un leone e una gazzella nella savana. poi si lasciò la zona di porta palazzo. piazza della consolata compresa.
ora ci passo di tanto in tanto senza particolari passioni. ritorno così nell’odore delle spezie, e delle droghe (leggasi noce moscata, chiodi di garofano, cannella, per citarne alcune), il colore indaco dei vasi di vetro (che però credo di confondere con quelli della vicina e antica farmacia. gesù, mi ricordo proprio per davvero il gusto della liquirizia di legno. che mi porto ancora dentro. già, la liquirizia di legno. quando si andava a messa alla consolata se si aveva qualche moneta la prima cosa che si faceva era comprare dei bastoncini. duravano tantissimo. si succhiavano per ore, e poi si tagliava la parte succhiata e si mettevano da parte per un altro momento di dolcezza. naturalmente esisteva già la liquirizia nera, come quella dei tabù7, che però apparteneva al mondo dei sogni. e che si comprava dal tabaccaio. qualche volta (ma pochissime) qualcuno ci regalava quei pezzettini neri. erano dentro una scatolina tonda che si apriva rotandola e da un buchetto uscivano i tabù8. con l’accento. anche se sulla scatolina non c’è. vabbè. vicina alla piazza c’era la bottega che vendeva, allora, carta e corda da imballo.
ora il negozio che, come spazio, è rimasto lo stesso negli anni, ha allargato la mercanzia. è diventato il paese dei balocchi. un emporio però già aperto nel 1938. io ci andavo a comprare la carta crespa per mia mamma. beh, mia mamma con quella carta ci faceva dei fiori. non per venderli. ma per rallegrare quella vita un po’ così di quei giorni. aveva imparato a farli nei tanti anni passati in ospedale. quanti fiori. oggi (ma solo da qualche anno) di tanto in tanto, faccio un salto al bicerin8 (letteralmente bicchierino). l’antico locale è rimasto lo stesso da più di due secoli. ricordo i tavolini di allora con il piano di lamiera verde all’esterno e di marmo all’interno. non so dire se siano gli stessi di oggi. può darsi. vabbè. l’importante è che siano rimasti gli stessi: la calda cioccolata, il deciso caffè e il delicato fior di latte. e così è. non so che fine abbiano fatto il leone e la gazzella. già. non so nemmeno se esista ancora la vetrina accanto. quella dei francobolli.
1/2/3 Linguette- bustine- classificatori- materiali per la raccolta, classificazione e archiviazione dei francobolli. 4 Odontometro – Misuratore della dentellatura. 5 Yvert&Tellier – Editrice francese a livello mondiale di cataloghi per la filatelia. 6 AM-Lira – Moneta cartacea introdotta in Italia nel 1943 dalle forze alleate di occupazione; ebbe corso legale fino al 1950. 7 Tabù – Tronchetti di liquirizia pura prodotti dall’azienda R. De Rosa fondata nel 1836 ed Atri. 8 Caffè Al Bicerin – Storica caffetteria dal 1763 a Torino in piazza della Consolata.
Lorenza Abrate, Paolo Barosso, Roberta Bruno, Massimo Centini, Fabrizio Gerolla, Antonio Lo Campo, Massimo Davì, Germano Longo, Roberto Lugli, Enzo Maolucci, Chiara Parella, Beppe Ronco, Delfino Maria Rosso, Pier Carlo Sommo, Roxi Scursatone, Mirco Spadaro, Danilo Tacchino, Patrizia Veglione.
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Vice direttore: Ivano Barbiero
Per il mese di dicembre, proponiamo il sonetto della poetessa torinese Raffaella Frassati.
Sota ’n sol gargh as na va nèch ël di L’ùltim color dle feuje… dëstissà Le vigne grise màire dëspojà Ij crisantem ch’as chin-o dësfiorì
Ma ’l gran a seurt, ël but a docia ardì Tënnra dësfida al gel, lë vlu dël pra A s’ansatiss ëd vita dë stërmà Neu misterios ch’a lija passà e avnì
Antant le professìe për pì ’d na sman-a A arpeteran la gòj universal D’anginojesse dnas a na caban-a
Për sòn i veuj cantete, mèis final Sernù da Dé për pijé soa vesta uman-a Ant la neuit che i ciamoma Sant Natal.
Sotto un sole pigro se ne va triste il giorno / l’ultimo colore delle foglie spento / le vigne grigie, magre e spoglie / i crisantemi chini e ormai sfioriti. // Ma il grano spunta, il virgulto spinge ardito, / tenera sfida al gelo, il velluto del prato / si spessisce di vita nascosta, / nodo misterioso che lega passato e avvenire. // Intanto le profezie per più di una settimana / ripeteranno la gioia universale / d’inginocchiarsi davanti a una capanna. // Per questo voglio cantarti, o mese finale / scelto da Dio per assumere la veste umana, / nella notte che chiamiamo del Santo Natale.
(a cura di Sergio Donna)
In questa rubrica riportiamo alcuni proverbi di tradizione popolare e contadina, in lingua piemontese sul mese di agosto.
Quand a pieuv d’Agost, a pieuv amel e most (Quando piove d’Agosto, piove miele e mosto)
L’ùltim fì as cheuj mai (L’ultimo fico non si raccoglie mai
La matinà a l’é la mare dla giornà (La mattinata è la madre della giornata)
A San Lorens, l’uva dai brombo a pend (A San Lorenzo, l’uva dai tralci pende)
La via dël vissi, a men-a al presipissi (La via del vizio, conduce al precipizio)
a cura di Sergio Donna (da Armanach Piemontèis 2019, Ël Torèt | Monginevro Cultura)
Lorenza Abrate, Paolo Barosso, Ernesto Bodini, Cesare Borrometi, Roberta Bruno, Alberto Calliano, Nina Catizone, Massimo Centini, Sergio Donna, Antonio Lo Campo, Germano Longo, Roberto Lugli, Enzo Maolucci, Maria Antonietta Maviglia, Beppe Ronco, Pier Carlo Sommo, Mirco Spadaro, Danilo Tacchino.
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