Il sentimento oceanico di Ilaria Abbiento. Contributo di Carmelo Cipriani - art a part of cult(ure)

2022-10-12 07:29:52 By : Mr. Michael Song

Fino al 2 ottobre 2022 è in corso nella project room della Fondazione Pino Pascali di Polignano a Mare la personale di Ilaria Abbiento, titolata Azzurro elementare e curata da Carmelo Cipriani, che così ne scrive, iniziando col citare  la poesia Elementare, di Pierluigi Cappello, che ispira il titolo della mostra.

“E c’è che vorrei il cielo elementare Azzurro come i mari degli atlanti La tersità di un indice che dica Questa è la terra, il blu che vedi è mare”. Pierluigi Cappello

Nelle vicende artistiche contemporanee ricorre di frequente un’esperienza orientata verso procedimenti di essenzializzazione linguistica, formali ma anche iconografici. Non necessariamente una sintesi volumetrica e una smaterializzazione della visione ma anche una riduzione dei temi, delle forme o finanche dei colori (le bottiglie di Morandi o i periodi blu e rosa di Picasso appaiono indicativi).

Un fenomeno da cui non è esente neppure la fotografia, che nella riproposizione del reale, colto nelle sue molteplici sfaccettature, ripone, in parte o in toto, la sua stessa esistenza. Succede, infatti, che anche l’obiettivo, rispondendo a contingenti necessità espressive, si concentri su un solo elemento, lo indaghi nel profondo, cogliendone tutte le dinamiche estetiche ed emotive.

Da un decennio ritrae il mare, studia il sapere ad esso legato, indaga il paesaggio costiero e i luoghi che da esso traggono identità e sussistenza. Una scelta di campo precisa, compiuta nel 2013 quando coglie suo padre e sua figlia nell’atto di immergersi nel mare di Paestum, entrambi colti di spalle.

Quello scatto ha generato l’opera Lido Conchiglia (il titolo è anche il luogo della ripresa), poi confluita nella collezione Imago Mundi di Luciano Benetton: «un’immagine istintiva, di quelle a cui non pensi al momento, di quelle che si scattano col cuore e poi restano lì all’infinito proprio come l’orizzonte del mare. Il lido Conchiglia è la spiaggia dove mio padre mi portava da bambina, dove ho scoperto il sapore del sale, la polvere di sabbia e ho imparato a galleggiare» ha dichiarato l’artista.

Tutto nella fotografia richiama il mare e la memoria. S’incontrano così i due temi cardine della sua poetica, uno riflesso nell’altro. Fino a quel momento il rapporto tra la sua ricerca e il mare non era esclusivo, subito dopo lo è diventato.

Il frangente dello scatto si è convertito in scavo interiore e guardare l’orizzonte è diventato per lei guardarsi dentro. In quell’immagine primordiale, in cui tre generazioni si susseguono prendendosi per mano, l’artista ha ritrovato un intero patrimonio memoriale.

L’acqua elemento vitale per eccellenza, fuori e dentro il grembo materno, nella ricerca di Ilaria Abbiento muta in origine e fine di tutto, elemento in cui ritrovare se stessa, ma anche la sua famiglia, la sua città, la sua storia.

Il mare è per lei unico, non sostituibile iconograficamente con altri elementi acquiferi come fiumi e laghi. Una predisposizione panteistica che condivide con altri artisti e scrittori che, prima di lei, dal mare hanno tratto ispirazione e conoscenze.

Di certo in questa sua predilezione il suo essere partenopea deve aver giocato un ruolo non secondario. Napoli è città protesa sul mare, che dal mare ricava ricchezza, intraprendenza, temerarietà, praticamente da sempre, fin dalla sua fondazione, tanto nella realtà quanto nel mito.

Non solo un simbolo ma anche serbatoio memoriale, specchio liquido in cui riflettere la propria individualità lasciando che questa sfoci nell’identità collettiva. Il mare d’altronde è elemento duale, lascia incantati ma lo si teme, unisce e divide, porta ricchezza e rovina, vita e morte. “El mar la mar” scriveva Raphael Alberti in una sua celebre lirica riprendendo l’attitudine ispanica di attribuire al mare un doppio genere, maschile quando ad esso ci si rivolgeva con timore e reverenza, femminile quando di esso si parlava in termini benevoli, come in una dichiarazione d’amore ad una donna.

Anche per questo dalla poesia è tratto il titolo dell’odierna mostra alla Fondazione Pino Pascali, un percorso che da un lato ribadisce il suo legame con il mare, con l’altro mare, l’Adriatico, storicamente diverso dal suo mare, il Tirreno, le cui acque infondono più facilmente nel Mediterraneo, dall’altro segna la sua vicinanza all’artista pugliese, che al mare ha dedicato una delle sue opere più iconiche.

Azzurro elementare è il titolo della raccolta di Pierluigi Cappello (1967-2017), poeta friulano scomparso troppo presto. Nel titolo prescelto il riferimento al colore cardine della fotografia di Abbiento si coniuga all’essenzialità (da intendersi come rigore, assolutezza e non semplicità) del suo amore per il mare, una sorta di grado zero della fotografia, ma anche del sentimento che essa interpreta.

Il mare è realtà cristallina su cui l’obiettivo incide esplorazioni emozionali. Abbiento indaga il suo oceano interiore, pone in relazione le immagini con elementi materici presi come oggetti significanti. Si esprime con l’installazione e il video ma è soprattutto la fotografia il suo prioritario ambito d’indagine, imprescindibile punto di partenza per composizioni più vaste e complesse realizzate con altri media.

L’archetipo marino ricorre anche nei titoli delle opere, spesso desunti dal linguaggio geografico o propriamente marinaresco: Altante, Mediterraneo, Acquario, Cartografia del mare, ecc. Mai un’accensione cromatica: il bianco delle superfici scialbate di fari e case di pescatori, il nero spento, tendente al grigio, degli andamenti orografici e delle scritte sulle carte nautiche, le tonalità brune della pietra attenuate come in uno stato di perenne foschia e poi su tutte l’azzurro del mare, colto e indagato in tutte le nuances, dal bianco che si accende nei bagliori di luce al blu intenso che in superficie lasciano presagire profondità abissali, un blu che in talune increspature lambisce il nero.

Un universo cromatico della malinconia e dell’attesa, percepibile per intero in Cartografia del mare del 2017, un polittico in cui le immagini marine si combinano a quelle di un’antica cartina nautica del golfo di Napoli. Opera tra le più complesse e poetiche, autentico proemio della sua narrazione.

L’acqua cambia, direzione per le correnti, colore per il clima, aspetto per lo stato d’animo di chi ritrae. Come in un antico portolano, l’artista ripercorre i luoghi per indagare il suo spazio di vita ma anche se stessa. Le cartografie reali si sovrappongono e si confondono alla geografia interiore.

La pratica combinatoria (e manipolatoria) che fa di lei un’artista concettuale più che una fotografa in sensu stricto, si fa ancora più evidente in Acquario, installazione polimaterica in teca del 2021, in cui il mare è rievocato per via metonimica. Con perizia quasi tassonomica, l’artista racchiude l’elemento marino non direttamente ma alludendo ad esso, alle sue sembianze e alla sua consistenza, in un poema oggettuale simile ad un rebus ma anche ad un diario in cui a pieno titolo, insieme a conchiglie e sassi, vive anche la poesia di Cappello.

Ed è un diario, non solo metaforico, anche Quaderno di un’isola, lavoro fotografico realizzato nel 2019 durante la residenza d’artista Photosolstice, sull’isola dell’Asinara, in Sardegna. Il compito dell’artista era quello di tracciare una mappatura visiva dell’isola, ma ne ha tratto il suo cardiogramma, una rilevazione scritturale e visiva della sua anima. «Al ritorno dal mio viaggio – ha scritto – osservando le immagini che avevo collezionato e le note scritte sul quaderno, ho compreso che quell’isola che stavo contemplando ero io».

Fotografando il mare con puntualità e rigore, l’artista ci dimostra quanto parziale sia la nostra conoscenza. Lo scrutiamo molte volte, ci immergiamo, lo percepiamo con il tatto, con il gusto, con l’olfatto, ma di fatto non lo conosciamo.

La sua immagine ci appare sempre uguale eppure è sempre mobile, come costantemente mutevole è il nostro porci dinnanzi ad esso. Dalle sue opere traspare sempre un senso di serenità, lasciando intuire la profonda meditazione che è alla loro origine, eseguita in solitaria, attraverso una paziente osservazione, nei momenti di permanenza a Napoli o durante più o meno lunghi periodi di residenza in località marine, tutti trascorsi lontano dal fragore estivo, nel tentativo di entrare in una maggiore empatia con il luogo e con quanto esso può offrire, in termini di autenticità paesaggistica ma anche emozionali.

Il periodo di chiusura ed isolamento, reso ancora più duro dalla scomparsa del padre, è servito all’artista per condurre l’esplorazione dell’io ancora più in profondità. Il ricordo del genitore e il silenzio che proviene dalla città, da Napoli, sempre enfatica e gioiosa, ha dato origine a nuove rievocazioni memoriali, una delle quali si è trasformata in Teorèma Celèste del 2020. L’artista ricorda quando il padre la portava sul terrazzo a vedere le stelle e di fronte al firmamento le diceva «un giorno diventeremo stelle ed è lì che un giorno ci incontreremo ancora».

La morte del padre apre all’artista la dimensione celeste, anch’essa territorio da esplorare in termini sia geografici che emotivi. Il mare è associato al cielo, il primo è materia a cui l’artista ha donato il suo cuore, il secondo è lo spazio in cui ora riposa il padre, l’uno e l’altro uniti in un incontro perfetto. Nel video si odono rumori di sottofondo, suoni non chiaramente distinguibili ma in perfetta sintonia con l’immagine placida e poetica della superficie marina.

Con sorpresa si apprende che si tratta dei rumori registrati dalla Nasa nello spazio. Passate al vaglio del ricordo, profondità marine e infinito cosmico s’incontrano e si scoprono inaspettatamente vicine.

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