Proverbi calabresi: ecco il significato dei detti più divertenti

2022-10-11 09:40:38 By : Mr. Michael Song

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La Calabria è una delle regioni più belle ma anche caratteristiche d’Italia, caratterizzata da un linguaggio colorito e specifico, in grado di raccontare la vita quotidiana con detti e modi di dire che rimangono impressi. Ma quali sono i proverbi calabresi più conosciuti? Abbiamo deciso di raccogliere quelli più belli e caratteristici, che raccontano al meglio questa splendida regione!

L'Italia non è solo caratterizzata dal suo infinito patrimonio culturale e paesaggistico, ma anche da una storia affascinante, complessa e stratificata. Il fatto che nei secoli ogni regione si sia sviluppata in forme diverse e sotto potenze diverse ha fatto in modo che la stessa lingua non fosse così unitaria e ogni più piccola zona della penisola avesse il proprio dialetto, ricco di riferimenti popolari e culturali. Questo bagagli linguistico non è altro che un’altra delle enormi ricchezze che ci ritroviamo e che dovremmo preservare il più possibile. Strettamente correlati al dialetto e al campanilismo che ci contraddistingue sono i proverbi, quei detti di saggezza popolare che affondano nella vita quotidiana e nel nostro passato. I proverbi si rifanno alla vita pratica di tutto i giorni e per questo hanno un legame indissolubile con la terra. Conoscere i proverbi più belli e celebri del proprio territorio vuol dire di fatto conoscere le proprie tradizioni. Ecco perché abbiamo deciso di raccogliere i proverbi calabresi più celebri, più divertenti e più belli, un po’ come a compiere un viaggio nel passato e conoscere un po’ più da vicino questa splendida regione. Intanto, parlando di lingua, guarda questo affascinante video sulla lingua dei segni e gli infiniti modi per esprimersi e comunicare!

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Proverbi toscani: i più noti detti regionali e il loro significato

A carne supra l'uossu bella pare. Ossia, “la carne sopra l’osso bella pare”, parlando della bellezza delle curve e delle donne in carne. Abitu 'un fa monacu e chirica 'un fa prievite. Modo di dire calabrese per “l’abito non fa il monaco e la chierica non fa il prete”. Mai giudicare una persona dall’abito che indossa. Ah chimmu ti criscia a ierba 'nta casa. Ossia “che ti cresca l’erba dentro casa”. È una sorta di maledizione: perché l’erba cresca dentro una casa, c’è bisogno che non vi sia più nessuno. Acqua passata 'un macina mulinu. “Ossia acqua passata non macina mulino” per dire che l'acqua che è già passata sotto la ruota del mulino, non può più macinare. È una variante di “inutile piangere sul latte versato”, per indicare azioni futili dopo che il danno è fatto. Acqua, fuacu e pane 'un se neganu mancu a ri cani. “Acqua, fuoco e pane non si negano neanche ai cani”, per dire che l’acqua e il cibo, nonché il riscaldamento, non si negano neanche alla peggiore persona Acquazzina 'un inchie puzzu. “La rugiada non riempie il pozzo”. Questo modo di dire si può intendere in positivo e in negativo, come a dire che le piccole cose negative non possono rovinare il quadro generale e, al contrario, che le piccole cose positive non possono soddisfare pienamente. Agiallu va duve truva granu. “L’uccello va dove va il grano” è un proverbio calabrese che chiaramente vuol dire che ognuno va dove trova la possibilità di sostentamento, quindi potrebbe essere inteso come un modo di dare qualcosa per ottenere qualcosa in cambio. A jumi cittu un ji a piscà. Ossia “non andare a pescare al fiume silenzioso”, un modo per dire di non fidarsi delle persone silenziose. Amara chira casa cu l'erva a ru scalune. “Triste la casa con l’erba sullo scalino”. Come abbiamo già detto prima, l’erba sta a indicare una casa non vissuta e quindi, in questo caso, potrebbe significare una casa abbandonata per lutto o per dimenticanza. In ogni caso, un’occasione triste. Amaru cu u porcu no 'mmazza, a li travi soi non attacca sazizza. Questo proverbio vuol dire che “amaro è chi non ammazza il maiale poiché dalle travi non pendono le salsicce” ed è un po’ la versione calabrese della storia della cicala e della formica. Vuol dire infatti che chi non è disposto a risparmiare e fare sacrifici avrà difficoltà successive, perché non si troverà i frutti del suo lavoro. Amaru u picciulu chi vacia ncio'randa. “Amaro il piccolo che va nel grande”. Ossia la sorte del piccolo che viene mangiato dal grande è amara. Amaru chi ha de dare e chi ha d'avire. “Infelice è chi deve dare e chi deve ricevere”, per dir che entrambe le condizioni sono spiacevoli. A meglia parola è chilla ca 'un se dice. Ossia “la parola migliore è quella che non si dice” è quasi una versione alternativa de “il silenzio è d’oro” perché ha più o meno lo stesso significato. Questo proverbio, infatti, vuole sottolineare come in molte occasioni sia meglio non parlare, magari per evitare di dire cose superficiali o di peggiorare la situazione. Amicu de 'u bon tiempu, se muta cu ru vientu. Bellissimo proverbio che significa “amico di bel tempo, cambia secondo il vento”. Questo detto vuol raccomandare di stare attenti agli amici che vedono solo le parti belle e superficiali di noi, perché sono quelli che nelle situazioni peggiori se ne vanno. A ru cavallu jestimatu luce ru pilu. “Al cavallo che riceve imprecazioni luccica il pelo” è un aforisma contro le malelingue perché significa che pettegolezzi e invidia sortiscono l’effetto contrario di quello che vorrebbero sulla persona alla quale sono dedicati. A Santu Martinu si iaprunu i butti e si prova lu vinu. “A san Martino si aprono le botti e si assaggia il vino”. Questo proverbio popolare si rifà alla festa di San Martino, rinomata in tutta la penisola. La storia di San Martino è molto affascinante: fu chiamato così in onore del dio Marte dal padre ufficiale dell’esercito e divenne soldato per compiacere il padre. Tuttavia mentre era in battaglia, un mendicante gli si presentò davanti e San Martino decide di tagliarsi il mantello e dividerlo con l’uomo. La militanza cambiò tutta la sua vita, divenne Vescovo e ora è venerato come protettore dei mendicanti. A strata longa rumpe 'u carru. Ossia “la strada lunga rompe il carro” per dire che le cose troppo lunghe di solito finiscono male. Avire n'apa a ra capu. Questo è un modo di dire curioso perché vuol dire “avere un’ape in testa” e ha lo stesso significato di “avere una pulce nell’orecchio”. Cambia solo il tipo di animale! A vogghia mu ndi fai ricci e cannola, ca u santu ch'è de marmuru non suda. Proverbio molto particolare che significa “hai voglia di fare ricci e cannoli, il Santo che è di marmo non suda”. È una metafora arzigogolata che richiama un altro detto “a lavare la testa al ciuccio si spreca acqua e sapone”, come per dire che tutto è futile se si vuole cambiare la natura di una persona. In questo caso il “santo fatto di marmo” è una persona dura e senza sentimenti che, anche a cercarlo di blandire con le moine, non suda. Ossia non può avere sentimenti. A vurpe quannu 'un junge all'uva dice ch'è amara. “La volpe quando non riesce a prendere l'uva dice ch'è acerba” variante calabrese del proverbio più celebre. A zirra d'a sira stipala pe ra matina. “La rabbia della sera conservala per il mattino”, un modo per dire che è meglio andare a letto sereni e utilizzare la rabbia che si prova come energia per il mattino seguente. Belli e brutti, a morte s'i 'ngliutta. La traduzione è “belli e brutti, la morte si inghiotte tutti”, per dire che la morte è una livellatrice e quindi non fa differenze. Bona maritata, senza donna e canata. “Buona e ammogliata senza donna e cognata”, ossia riesce a contrarre un buon matrimonio chi non ha suocera e cognata a cui dar conto. Canjanu i sonaturi, ma 'a musica è sempre 'a stessa. “Cambiano i suonatori ma la musica è sempre la stessa”, questo detto è la variante calabrese di quello tradizionale e si usa in una situazione che rimane sempre la stessa anche se gli attori in scena sono cambiati. Chine tene robba, ha parianti. “Chi è pieno di cose, ha parenti”. È un modo di dire piuttosto sarcastico per dire che chi è ricco materialmente è pieno di parenti e di gente attorno. Chine campa sperannu, affrittu more. “Chi di speranza vive, disperato muore”, variante calabrese del celebre proverbio. Chine ha salute ha dinari. Tradotto significa “chi ha salute, è davvero ricco” per indicare come la salute sia poi la ricchezza più importante nella vita. Chini chianta patati, coglia patati. Ossia “chi pianta patate, raccoglie patate” come a dire che ognuno alla fine ha ciò che si merita. In bene e in male. Chine tene libri, tene labbra. Letteralmente è “chi ha libri, ha labbra” ossia chi ha cultura è in grado di parlare con chiunque. Chi piecura se fa, 'u lupu si lu mangia. “Chi pecora di fa, il lupo se lo mangia”. È la variante calabrese del detto famoso e significa in sostanza che gli opportunisti si approfittando delle persone remissive. Chi pocu tene, caru 'u tene. Letteralmente “chi poco ha, se lo tiene caro” per dire che chi ha poco in senso materiale, ci fa molta più attenzione. Chiru chi fazzu eu, facia u ciucciu meu. “Quello che faccio io fa il mio asino” è una variante del “attacca il ciuccio dove va il padrone”. Entrambi i detti significano che il subordinato fa (e deve fare) sempre quello che dice chi comanda. Chi sta dintru o te 'ncorna o te scorna. “Chi è dentro casa tua o ti fa le corna o ti porta via qualcosa”, come a dire fa attenzione a chi rimane per troppo tempo in casa tua e tra le tue cose: sicuramente vuole qualcosa da te. Chi te vo bene te fa ciangere, chi te vo male te fa ridere. “Chi ti vuole bene ti fa piangere, chi ti vuole male ti fa ridere”. Sembra un modo di dire strambo, ma significa che le persone che ti vogliono bene sono disposte anche a criticarti e a riportati sulla strada, mentre chi ti vuole male non è interessato a farlo e si prende solo il bene di te. Chi tardi arriva, malu alloggia. Variante calabrese di “chi tardi arriva, male alloggia”. Chiù allisciu u gattu, chiù arrizza u pilu. Letteralmente il proverbio significa “più accarezzi il gatto, più gli si alza il pelo”, ossia a volte quanto più tratti bene una persona, tanto più questa ti si rivolta contro. Chi va a ru mulinu, se 'mparina. “Chi va al mulino, s’infarina” e può avere due significati. Uno neutro, ossia qualsiasi esperienza lascia un segno, e un negativo: se vai in cerca di guai, ti prendi le conseguenze. Sulu chi fa sbagghja “Solo chi fa sbaglia”, variante calabrese del più noto modo di dire. Significa che solo facendo le cose puoi sbagliare, ma non fare nulla non porta a nessun tipo di cambiamento, né positivo né negativo. Criscianu l'anni e criscianu i malanni “Crescono gli anni e crescono i malanni”. Cu joca sulu non si 'ncazza mai. Ossia “chi gioca da solo non si incavola mai”, per dire che a volte è meglio fare le cose da soli. Il proverbio calabrese può essere visto come una variante di “chi fa da sé fa per tre”. Cumpra caru, ca stai 'mparu. “Compra caro, che stai bene”, vuol dire che comprare cose di qualità ti ripaga di più. Cu 'ndeppi focu campau, cu 'ndeppi pani moriu. “Chi ha avuto il fuoco ha vissuto, chi ha avuto il pane è morto”. Modo di dire molto particolare che si riferisce agli strumenti per sopravvivere: ossia chi ha solo cibo rischia di morire, mentre chi ha anche il fuoco può sopravvivere. Il fuoco, in alcune varianti, si riferisce pure alla casa. Pare che questo proverbio calabrese derivi da una storia in cui un gruppo si perse nella tormenta; le persone che avevano solo cibo morirono, mentre quelli che sapevano accendere un fuoco sopravvissero. Si potrebbe vedere anche come un’esortazione a sapersela cavare. Cu non m'boli mi sciorba “Che sia accecato l’invidioso”, ovviamente un detto che va contro l’invidia, Cu non poti mangiari ' carni si mbivi u brudu. “Chi non può mangiare carne è costretto ad accontentarsi del brodo”, ossia chi non può (o non vuole) raggiungere le grandi cose, dovrà accontentarsi delle briciole. Cu sparta pija a megghju parta. “Chi divide si prende la parte migliore” vuol dire che la persona che si prende l’onere di far qualcosa, deve ricevere poi il compenso più grande, Chi se leva ru matinu abbusca nu carinu. “Chi si alza presto, guadagna un carlino”, variante particolare per dire che “il mattino a l’oro in bocca” e quindi chi si alza presto ottiene tutto. Cu vaci cu zoppu, zoppia. “Chi va con lo zoppo, impara a zoppicare” è ovviamente la variante calabrese del famoso proverbio popolare. Cu' va 'nda l'avvucatu, perdi l'urtimu ducatu. Molto simile è “chi va dall’avvocato, perde l’ultimo ducato”. Avverte che iniziare degli iter giuridici è sempre dispendioso. De matina l'acqua è medicina. “Di mattina l’acqua è medicina”. Ottima perla di saggezza popolare. Dassa stari lu cani chi dormi. “Lascia stare il cane che dorme”, variante calabrese del proverbio famoso. De vennari e de luni cumu 'ncigna scura. “Di venerdì e lunedì come inizia, chiude” significa praticamente che lunedì e venerdì tendono a essere uguali, quindi come è andato il lunedì così sarà il venerdì (simbolicamente: come è iniziata la settimana, così finisce). De vennari e de marti, né se 'nzura né se parte. “Di venerdì e martedì non ci si sposa e non si parte”. Variante calabrese del detto italiano, pare che derivi da una storia: secondo i miti, martedì era il giorno dedicato a Marte, il dio della guerra, e quindi doveva essere evitato per sposarsi o iniziare cose o partire perché poteva portare a situazioni burrascose. Il venerdì, invece, veniva evitato perché secondo la cabala era un giorno infausto e maligno. Diu chiude 'na porta e rapere na finestra. “Dio chiude una porta e apre una finestra” è una variante buffa di “dio chiuse una porta e apre un portone”. Entrambe si riferiscono al fatto che una cosa conclusa può portare a una nuova occasione. Donna baffuta sempri piaciuta. “Donna baffuta, sempre piaciuta”. Esiste anche come proverbio popolare italiano e pare deriverebbe dalla condotta irreprensibile delle monache che, essendo dedite a dio, non lo erano alla cura della propria peluria. Questo avrebbe quindi fatto scattare l’idea che meno la donna si dedicava alla cura del corpo, più erano grandi le sue virtù morali. Dulure de mole, dulure de core. “Dolore di molare, dolore di cuore”, ossia il mal di denti è un dolore doloroso come quello del cuore. Duve cantanu tanti galli, 'un fa mai juarnu “Dove cantano tanti galli non viene mai giorno”. Bel detto popolare che si rifà alla vita di campagna: un pollaio non può avere più galli essendo molto territoriali. Averne più di uno, quindi, potrebbe portare a vederli litigare e non assurgere al proprio compito di svegliare la fattoria. Così avere più uomini dalla personalità forte (più comandanti) in uno stesso contesto potrebbe portare a non finire mai quello che si è iniziato È miagliu n'amicu ca centu ducati. “Meglio un amico che cento ducati” è essenzialmente la variante calabrese di “chi trova un amico, trova un tesoro”. È miagliu prividire ca pruvvidire. “Meglio prevedere che provvedere”, ossia meglio prevenire che curare. Entrambi i proverbi vogliono dire che prevedere ciò che accadrà e non farlo succedere è molto meglio di risolvere i danni causati. Fa bene e scordate, fa male e penzace. Fai il bene e dimentica, fai male e ricordati”, uguale al celebre detto. Ossia se fai del male è meglio che te ne ricordi, perché potresti trovarti a dover affrontare le conseguenze. Fai chiddu chi dìcu iu ma nò chìddu chi fazzu iu. “Fai quello che dicono io e non quello che faccio io”, ossia fai quello che ti dico ed esegui i miei ordini, ma non guardare a quello che faccio. Fare 'u cunnu pe 'un jire a ra guerra. “Fare lo stupido per non andare in guerra”, questo detto esiste praticamente in ogni regione con la sua variante e si usa quando qualcuno fa lo gnorri per non dover affrontare una situazione spinosa. Deriva dal periodo della guerra, quando le persone cercavano di evitare la leva obbligatoria fingendo delle difficoltà mentali. Fatica de notte, vrigogna de juarnu. “Lavoro di notte, vergogna di giorno” è un detto un po’ difficile perché potrebbe sembrar dire un’altra cosa. In realtà vuol dire che tutti i lavori fatti in nottata (quindi sbrigativi) sono una vergogna di giorno perché sicuramente sono stati fatti male e vanno rifatti. Figli picciuli, guai picciuli; figli granni, guai granni. “Figli piccoli, guai piccoli; figli grandi, guai grandi”, come per la crescita più si va avanti e più le sfide da affrontare e le conseguenze delle proprie azioni diventano grandi. Figlia a 're fasce, panni a re casce. “Figlia in fasce, corredo nei bauli”, si rifà alla vecchia tradizione che vedeva creare un corredo di nozze per ogni figlia femmina, così che avesse della dote quando si sposava. Questo vuol dire che a ogni figlia femmina appena nata, si corre subito a crearle una dote da mettere da parte. Fimmina chi ride e gallina chi canta, 'un ce tenire speranza “Nella donna che ride e nella gallina che canta non avere speranza”. Questo detto si rifà a un altro che dice “gallina che canta ha fatto l’uovo”, ossia la persona che dice una cosa vuol dire che l’ha fatta, parla per deviare i sospetti. Rifacendosi quindi al nostro proverbio calabrese, vuol dire di non fidarsi né della gallina che canta ma nemmeno della donna che ride perché, come la gallina, cerca di deviare l’attenzione da qualcosa che nasconde. Fimmina de ghiesa, diavulu de casa. “Donna di chiesa, diavolo in casa”, si riferisce all’ipocrisia di una donna esteriormente bigotta che in casa sua fa il diavolo. Fravica e liti, provati ca viditi. “Costruzioni e liti, provate e vedrete” è un detto popolare molto veritiero, che vuol dire che le liti maggiori spettano chi si scontra nell’ambito dell’edilizia e delle costruzioni. Potrebbe riferirsi anche al mattone e quindi alle eredità materiali. Gesù Cristu manda u pani a cui no ndavi i denti. “Gesù Cristo manda il pane a chi non ha i denti”, variane più religiosa di “chi ha il pane non ha i denti”. Entrambe significano che spesso le persone che non sono in gradi di gestirli, sono quelle che hanno i maggiori successi. Giustizia e sanità, amaru chi 'un ne ha. “Giustizia e salute, infelice chi non ne ha”, ossia amara la vita per chi non riesce ad avere giustizia per una cosa patita o la salute. I guai da pignata i sà sulu a cucchjiara ca rimina. “I guai della pentola li conosce solo il mestolo che ci sta dentro”, ossia i guai della famiglia li possono conoscere bene solo i membri stessi. I megliu parianti su' ri dianti “I migliori parenti sono i denti”, ossia affidati alle tue forze e non ai parenti.